Quel giorno regnava un’alta quiete Lo sguardo suo rivolto ad altre mete. E’ impossibil dire qui, per cosa o come, O a quali Parche dovette il nuovo stame La certezza, e fu per egli panacea, Fu dar atto a quel sorriso d’Orchidea. Di lì a poco ebbe accesso a nuove soglie Che portarongli lietezza, non senza doglie. Oh dei, che non ci siete, ma se ci foste… Fermereste la sua corsa senza soste? Con saggezza sì divina vorreste poi parlargli? E dopo averlo ammansito, sommessamente dirgli: "O cavallo, cavallo imbizzarrito, Che portavi colei che hai smarrito Tu vedevi dentro, in fondo, e ancora vedi Quel che niun s’aspetta, e pur ci credi. Il groviglio che alimenta un cruccio eterno, Verrebbe certo sciolto in amor materno, A condizion che tu, guardingo, dia una scorsa Su tal scenario…, e ferma tosto la tua corsa!" Ormai docile e senz’altro velo Egli darebbe ascolto agli dei del cielo: "O cavallo, cavallo imbizzarrito, Che portavi colei che hai smarrito Sapevi ch’era divenuto sangue il suo amore E nelle sue vene ora c’è il dolore Nessun coltello scaccerà quel sangue Mentre nel petto il cuore langue. Se il disio nell’anima or si fa più ardente Torna testé sui tuoi passi, alacremente!" A questo punto l’attenzione sua preme Su quel che gli dei dicono, e gli fa speme: "O cavallo, cavallo imbizzarrito, Che portavi colei che hai smarrito Oh, quanti pensieri vi siete detti… E ti piacevan piuttosto anzichenò, ammetti! Ognun di questi ha lasciato il segno Sì ch’entrambi ne pagate il pegno. Or non vi può altri che tu confortare, O la virtù sbigottita far ritornare" Non belati, né muggiti, né il cinguettio di un passero Ci sarebbero d’intorno, se gli dei continuassero: "O cavallo, cavallo imbizzarrito, Che portavi colei che hai smarrito, Sii prodigo del suo nome, non essere avaro, Gridalo forte e tornerà ad esserti faro. Dunque, chi è? Dicci un nome E la riavrai. T’insegneremo come…" In tal siffatta tacere più saprebbe Alla domanda egli risponderebbe: "Volete un nome? Eccolo qua. No, lo tengo per Me… (anzi) Moi."
Il nuovo anno è appena iniziato e io colgo l’occasione per azzardare delle considerazioni/previsioni in forza di alcune mie aspettative che, però, sono suffragate da studi e interessi che mi mettono in condizione di elaborare e valutare dati più o meno oggettivi. Questo è un post a blog unificati, leggi anche le riflessioni collegate, …un parere da "sociologo" e …un parere da "economista"
…un parere da “astrologo”
Anche se si presenta con aria assai minacciosa, e ci trova alle prese con problemi e difficoltà di ogni sorta, vedo il 2010 come un anno di generale ripresa. Essa sarà forse più lenta per gli agricoltori, che godranno di minori benefici a causa delle condizioni climatiche instabili; tuttavia, adottando misure prudenziali e tecniche moderne, anch’essi potranno uscire indenni da vere avversità.
Influssi solari benefici renderanno euforici tutti gli esseri umani; in particolare influenzeranno le donne, che avranno nel 2010 il “loro” anno. Idee nuove nella moda avvantaggeranno soprattutto l’economia italiana in quanto il mercato della nostra moda toccherà livelli piuttosto elevati, specialmente all’estero. Nuove attrici si affermeranno, cantanti e soprattutto scrittrici di talento si riveleranno al pubblico.
Un avvenimento di carattere religioso si verificherà nel corso del nuovo anno. Dovrebbe trattarsi di una nuova presa di coscienza generale, durante la primavera, e farà riflettere molte persone. In generale, tuttavia, attenzione: un’ondata di panico potrebbe colpirci proprio all’inizio della primavera e poi verso la fine o l’inizio dell’estate. Il movimento e la congiunzione di alcuni pianeti, tanto osservati dagli astrologi, offuscherà momentaneamente la nostra euforia, ma – sembrano dirci gli astri – non c’è da preoccuparsene eccessivamente, a meno che qualcuno ceda al panico.
Il discorso vale anche per i rapporti internazionali e per quel che riguarda la natura (catastrofi, frane, valanghe, tempeste, terremoti), nonché per i rapporti tra classi sociali. In Italia infatti avverrà una tempesta politica in due partiti e gli italiani vi parteciperanno molto, troppo attivamente. Si tratterà però di un “ciclone” politico con rapido ritorno al “tempo stabile”. Arti e scienze registreranno ancor più clamorosi successi che nel 2009 col rischio che la presunzione umana induca qualche irresponsabile a tentare di dominare il mondo (ci proverà, ma non ci riuscirà per molto tempo).
L’afflusso dei turisti in Italia aumenterà ancora maggiormente, la vita notturna e tutto ciò che concerne divertimenti in genere registrerà un notevole incremento. Nuove teorie o leggi porteranno ai medici motivi di soddisfazione e il delicato campo della salute pubblica ne trarrà notevoli vantaggi. In amore molte separazioni (e forse “piccoli divorzi” consentiti dalla legge), parecchie relazioni burrascose e scandaletti a sfondo pubblicitario costelleranno il 2010, e in generale l’anno sarà caratterizzato da poco vero sentimento nel mondo intero. (Salvo poi accorgersene, chi troppo tardi, di li al 2012
In un mito cosmogonico dell’Avesta mazdaico, il dio vedico Indra uccide il demone Vrtra, una specie di drago che difendeva l’entrata in un antro in cui erano tenute prigioniere le acque, le piante e il Sole. Dopo la sua vittoria, Indra spacca la roccia e libera gli elementi vitali, permettendo così all’universo di cominciare ad esistere pienamente.
Sulla base di questo simbolismo si è iniziato a credere che ogni (anche piccolo) evento della vita racchiuda elementi di grande importanza per continuare il percorso esistenziale di ognuno…
"…Guarda bene, perciò, a questo giorno…, in esso è la vita" (scrisse Kalidasa)
Ah, guarda tutta la gente sola Ah, guarda tutta la gente sola Eleanor Rigby raccoglie il riso nella chiesa dove c’è stato un matrimonio. Vive in un sogno. Aspetta alla finestra, con in dosso il viso che tiene in serbo in una caraffa vicino alla porta. Per chi lo fa?
Tutta la gente sola, da dove viene? Tutta la gente sola, a chi appartiene?
Padre McKenzie sta scrivendo un sermone che nessuno sentirà. Nessuno si avvicina. Guardalo lavorare. Rammenda i suoi calzini in una notte in cui non c’è nessuno. Di chi si preoccupa?
Tutta la gente sola, da dove viene? Tutta la gente sola, a chi appartiene?
Ah, guarda tutta la gente sola Ah, guarda tutta la gente sola
Eleanor Rigby morì nella chiesa e la seppellirono sotto una lapide col suo nome. Nessuno venne… Padre McKenzie si allontana dalla sepolturapulendosi le mani dalla terra Nessuno fu salvato. Tutta la gente sola, da dove viene? Tutta la gente sola, a chi appartiene?
[Beatles]
…
Sentivo che ci sarebbero state delle responsabilità, lo sentivo stamattina mentre, in giro, mi arrivavano frammenti di notizie…, siccome lo sentivo sottopelle come una specie di malore, oggi appena potuto ho letto qualcosa in più…
"Le epoche di Fede sono epoche di fecondità, ma le epoche d’incredulità, per quanto luminose possano essere, non produrranno mai alcun bene duraturo" [...disse Goethe]
La contemplazione delle umane vicende, degli incerti destini della vita, e in generale della doppiezza e crudeltà dell’esistere, induce gli uomini a spassionarsi.
Tale spassionamento crea un senso di distanza e quindi di equilibrio: né depressione nella sofferenza, né superbia nel successo.
(Molto dalla vita ci si può attendere, ma tutto può essere in poco tempo travolto)
Da Himmler a Bormann i grandi gerarchi del nazismo si somigliano. Mai, nella storia dell’Occidente, un movimento di massa, politico o religioso, ha espresso capi così somiglianti l’uno all’altro come li ha avuti il nazismo. Diverse, certo, erano le esperienze di vita; diverse le origini sociali e diverso era il grado di intensità nella partecipazione fanatica all’avventura hitleriana. I capi nazisti avevano allo stesso tempo tutti una stessa forma mentis, pensavano quasi allo stesso modo: e tutti erano logorati da interne paure, come se si sentissero minacciati da catastrofi cosmiche; tutti oscillavano tra abbandoni misticheggianti e ambiziosi di riscatto nel paganesimo dionisiaco. –br– Erano tutti opportunisti oppure erano tutti malati? Scomposto nelle singole avventure umane, uno dei più tristi fenomeni collettivi che si siano mai avuti rivela destini tragici. I capi che guidavano la marcia verso un ordine "di mille anni", che avevano organizzato le forze del Terzo Reich e inventato strumenti di propaganda di straordinaria efficacia venivano tutti da un’oscura incertezza, venivano dal terrore di un mondo che cambiava, e non potevano vivere se non cercando nemici, sfuggendo ininterrottamente a qualcosa che riusciva loro ostile. Ora, molti decenni dopo, una parte del mistero di queste esistenze demoniache è stata delucidata: in tutti c’era il rifiuto di ciò che è razionale e moderno, c’era in tutti la fuga da una reltà che imponeva, in una Germania fedele ai miti antichi, l’accettazione di nuovi problemi, di nuovi modi di vivere e l’abbandono delle vecchie credenze. E’ stata delucidata la parte politica del mistero. Ma i capi nazisti, come è stato detto, avevano in comune "le strutture dell’anima". Queste strutture, comuni anche a una parte del popolo tedesco, di cosa erano fatte? Lo si vede attraverso il modo di vivere dei capi e attraverso ciò che essi dicevano.
Prima di tutto il "Volk", la terribile magica parola che si traduce con il vocabolo "popolo" ma che significa qualcosa che solo i tedeschi possono capire. Essa indica, fin dall’inizio del romanticismo germanico, un insieme di individui legati l’uno all’altro, vitalmente legati, da una "essenza", da qualcosa che unisce alla natura, al paesaggio natio, alle sue tradizioni, alle sue credenze, a sentimenti profondi che costituiscono, per coloro che appartengono al "Volk", le verità fondamentali al di la delle apparenze. Il paesaggio fa gli uomini e li unisce: i tedeschi sono figli delle immense foreste, e dei misteri profondi delle foreste1; gli altri non possono essere come i tedeschi, e non possono esserlo gli ebrei, che vengono dal deserto , arido e secco. I capi nazisti avevano in comune l’ossessione razzista: la concezione del "Volk" non poteva accettare la presenza ebraica nel popolo tedesco. Si vede come le parole del furore e del fanatismo antiebraico potessero così trovare rispondenza e risonanza nelle masse.
Poi, la lunga tradizione della nietzschiana "intensità della disperazione". L’incapacità di uscire dalla logica del "Volk" costantemente in urto con la ragione è vecchia, per la Germania, di oltre duecento anni, da quando si è fermato l’illuminismo. Nietzsche è venuto dopo, ma non è un caso che già prima di Hitler il suo pensiero sia stato forzato e stravolto per renderlo profetico di tutto ciò che doveva venire con il nazismo: la ricerca del mito, il bisogno del "capo carismatico", di cui già parlavano romanzi e saggi dei primi del secolo scorso, il trionfo della razza eletta e il tripudio pagano, irraggiungibile e dunque fonte di sofferenza. Infine, l’oscuro misticismo, che risale ai secoli più lontani ma che uno studioso come George Mosse ha ritrovato in una larga parte della cultura tedesca, universitaria e popolare, dell’Ottocento e del Novecento.
Un rifiuto della materia, un bisogno di rifugiarsi nello "spirito", una ricerca di certezze nei miti delle "origini": erano le condizioni perchè, vinta, umiliata, costretta a vivere in una realtà che non poteva essere dominata, la Germania del primo dopoguerra, giustamente immaginata dai marxisti come il campo ideale di un’esplosione rivoluzionaria, desse luogo invece a una "rivoluzione deviata" quale fu quella nazista. Se il fascismo fu un fenomeno che si diffuse in Europa, il nazismo dei capi da destino di tragedia fu un tentativo disperato, che li accomunava tutti e li faceva davvero leaders di un popolo, di proclamare la rivoluzione, di affermare gli ideali della razza eletta e del dominio millenario senza cambiare, rimanendo fedeli alle arcaiche, misteriose suggestioni del "Volk".
Furono personaggi irrazionali. Alcuni erano cinici, alcuni erano tormentati. Erano tutti allo stesso tempo realmente protagonisti: erano capi del nazismo perchè davvero riflettevano più degli altri il senso di smarrimento, i conflitti e le contraddizioni di un popolo costretto a guardare in faccia una realtà difficile e un mondo moderno che minacciava un ordine antico. La più perfetta macchina organizzativa e produttiva che si sia mai avuta in Occidente, la più sicura potenza militare che abbia conosciuto l’Europa, la più rapida ripresa industriale che si ricordi sono il frutto del lavoro di capi che, in realtà, si illudevano di fermare il tempo, la storia e il mutamento degli uomini; sono il frutto di una pretesa di far rivivere, immobile nell’eternità, tutti i miti del passato e di dare concretezza a nostalgie ancestrali. Non poteva non portare a vite disperate. I capi del nazismo non poterono essere né condottieri né profeti, come avrebbero voluto essere.
Tutti, egualmente, furono per gli altri incarnazioni mostruose della fuga dalla ragione, furono tutti, egualmente, uomini disperati creando a loro volta disperazione. Avevano, tutti, si dice tutti, sognato d’essere come il cavaliere di Bruegel, nobile e luminoso; combatterono nemici per vincere le proprie incertezze; avevano paura di influenze diaboliche e cercarono la liberazione riconoscendo il diavolo negli ebrei. Guidavano un’avventura che si diceva sicura di sé e trionfatrice; nelle loro parole, in alcuni dei loro gesti, nella loro stessa obbedienza a Hitler c’è la prova di quanto si sentissero traditi da se stessi. Non la follia, ma la tragedia vissuta giorno per giorno andò al potere, dietro le aquile naziste.
(1) [Disse Hermann Göring, Numero due della Germania nazista avendo innanzi a sé soltanto Adolf Hitler in persona, di cui era il successore designato: "Gli studi, da ragazzo, mi indisponevano. Preferivo camminare nella foresta sognando a occhi aperti. Il mio sogno ricorrente non mutava mai: volevo diventare soldato"]
Sono qui che guardo basito E non v’è capo né coda nel mio sagrato Nessuna trama, nel futuro, né ordito E’ un tessuto non tessuto sul passato
Il binario morto è lungo e agguerrito E lo sguardo truce, bieco, spietato Sul sentiero impervio che mi lascia atterrito Finchè non l’avrò raggiunto, percorso, conquistato
…Il dubbio atroce per sempre svanito E un lungo riposo per riprendere fiato…
[bjSasha]
Versione "classical"… sempre Ian Anderson Grande e fuori …come sempre!
Chi presenzia la mia via? Follia. Di qual cosa sono pregno? Impegno. E che mi resta ancor da fare? Lottare. Or così mi sento degno Di poter vivere e fare Ché se folle può sembrare Ho con me lotta e impegno.
[bjsasha]
Video correlato allo stato d’animo del momento…:Running Free – Iron Maiden
In questo momento sono circondato dall’eternità, e so che posso usare questa eternità se lo desidero… Sapete che ogni momento è eternità? Non è un indovinello; è un fatto, ma solo se ci impadroniamo di quel momento e lo usiamo per prendere la totalità di noi stessi, per sempre, in ogni direzione!
"Urizen giaceva nelle tenebre e nella solitudine, incatenato nella mente. Los afferrò il suo Martello e le sue Tenaglie: si mise al lavoro alla risoluta sua Incudine Fra rocce Druidiche indefinite e nevi di dubbio e di dialettica.
Rifiutando ogni forma definita, l’orrore astratto si fece un tetto, duro sasso: E un primo evo trascorse, e uno stato di lugubre sciagura.
Affondò con spavento un Globo rosso rotondo, ardendo, in fondo, in fondo profondamente sotto dentro l’Abisso, ansando, addensandosi, tremando: E un secondo evo trascorse, e uno stato di lugubre sciagura.
L’uno e l’altro avvolgendosi dentro un piccolo Orbe, e chiusi in due piccole Cave, Gli occhi nel timore che le salde ossa non si facessero crosta di chiaccio su tutto, guardarono l’abisso: E un terzo evo trascorse, e uno stato di lugubre sciagura.
Da di sotto di ciascun Orbe di visione, due orecchie in serrati viluppi – Sbucarono dalle fitte tenebre e si fecero di sasso crescendo: E un quarto evo trascorse, e uno stato di lugubre sciagura.
Sospese sui venti, due narici presero garbo nell’Abisso: E un quinto evo trascorse, e uno stato di lugubre sciagura.
Con patire atroce, una lingua di fame e di sete fuori schizzò infiammata: E un sesto evo trascorse, e uno stato di lugubre sciagura.
Furente, soffocando nell’interno e all’esterno di sé dall’orrore e dal dolore, lanciò il suo braccio destro verso il Nord, il suo braccio sinistro verso il Sud, e il suo piede stampò l’imo dell’Abisso fra tremiti, gridi, paura: E un settimo evo trascorse, e uno stato di lugubre sciagura.
Atterrito, Los si teneva ritto nell’abisso, e le sue membra immortali crescevano mortalmente pallide; divenne ciò che guardava; per via d’un rosso rotondo Globo che gli era grondato dal seno nell’Abisso: torturato
Si librò sopra il Globo piangendo e tremando: sospeso scosse l’Imo dell’Abisso: tremando pianse sopra il Globo: lo colmò tanto di cure Soffrendo mortalmente, che il Globo si sciolse in una Femmina pallida Simile a nuvola che rechi neve: dalla sua schiena allora
Un fluido azzurro trasudò che si formò in muscoli, indurendosi nell’Abisso tanto Che si sciolse in una Forma Maschile urlante di Gelosia!"
[Allegria e canzoni Al di sopra dei tesori d'oro.] Amarezze e tenzoni, Dal profondo, cantano in coro. Come litanie e mille sermoni Non badano a me… fan tutto loro, Mi tengono chiuso in eterne prigioni Facendomi Re, incoronato d’alloro.
Coraggio e saggezza In giusta misura mischiati Mi danno destrezza Nel compier atti avventati: Parvenza, illusione, …sono certezza; E tutti i dubbi oppugnati… Non titubanza, per ogni prodezza Ma fatti concreti. Consolidati.
"C’è in te più di quanto tu non creda, Figlio dell’Occidente cortese…" Guardo lontano…, più di quanto qui non veda E vedo troppo, come sempre a mie spese. Impavido cacciatore che diventa preda, Scampando alle trappole che gli vengon tese, Mi trasformo in Cigno per conquistare Leda Con determinazione… Ma senza pretese!
La brama è esplosa… E la quiete mi è tempestosa
bjsasha
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